Benvenuti Schibriani!

Benvenuti nella gilda degli Undead Spirits,

luogo e patria dei racconti ritrovati su un antico manoscritto,

redatti da me su questo Blog.

Buona lettura.

Schibrio.

Prossimamente sul blog:

Le memorie di Yorpach: L'investitura di Darren Butler - Parte seconda (progress: 06 %)
Mi scuso con i lettori per l'improvviso cambio di programma, ma dalla trascrittura degli antichi testi ho notato che il racconto "Il matrimonio" risulterebbe troppo lungo per i limiti da me imposti nella lunghezza della singola storia. Indi per cui attuerò una separazione dello stesso in 4 racconti diversi: "La triste storia di Fleur Lacroix"; "L'investitura di Darren Butler"; "La rivoluzione dei regni"; e per finire "Il matrimonio". La prossima avventura vedrà narrare la storia di Darren Butler prima e durante la rivoluzione dei regni e vi porterà a conoscere la storia di uno dei protagonisti principali della saga "Le memorie di Yorpach".

Buona lettura.

Monday, February 22, 2010

Le memorie di Yorpach: La triste storia di Fleur Lacroix

Questo racconto narra la storia di Fleur Lacroix prima delle vicende esposte in "La battaglia dei due Regni". Seppur questo scritto é da considerarsi un'analessi va letto esclusivamente seguendo l'ordine cronologico de "La battaglia dei due Regni" e "La fuga".
Buona lettura.



-Io Helena Lacroix prendo te Alexander Bertrand,Re di Cobhiris e padrone di queste terre come mio sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita…-
-Ecco! L’hai detta bene questa sorella adorata. Più la ripeti e più te la ricordi!-
-Fleur… J'ai peur de faire des erreurs…- L’azzurro candido e impaurito degli occhi di Helena incrociarono quelli della sorella.
-Andrà tutto bene sorellina. Vedrai!-
Le due donne sedevano al bordo della finestra al secondo piano della torre di Cobhiris, nella stanza da letto di Fleur Lacroix, la gemella della futura regina. La promessa sposa indossava una lunga tunica azzurra fino alla caviglia, tenuta da una cintura bianca e sul corpetto sfoggiavano le maniche abbottonate, una verde e l’altra gialla; Sull’abito una sopraveste tenuta da un fermaglio d’oro e ai piedi delle babbucce in stoffa azzurra; La sorella invece aveva addosso una tunica dalle maniche in stoffa nera ricamate con un quadrato bianco, e al suo interno un sole nero a raggi spirali bianchi per lato, e il busto interamente in pelle nera fino all’altezza delle ginocchia tenuto alla vita da una cintura scura dalla fibbia bianca, sulla quale si ergeva una daga dal fodero laccato nero da un lato e un sacchetto per le monete dall’altro.
-Insegnami ancora un po’ Fleur cara- chiese la sorella. Con un cenno Fleur accettò preparandosi. Da un sacco posto nelle vicinanze ne cavò un coltello strano lungo sui 15 cm dalla forma sottile ed acuminata, dove l’elsa si fondeva insieme ad un guanto di metallo sul dorso tra la terza e la quarta falange, creando un arma maneggevole, sicura e letale per gli attacchi ravvicinati (in India si chiama Katara o Katar). L’arma venne creata appositamente per lei da suo padre, un noto fabbro della città di Sfera.
Questa città, prima che morisse Guillaume Lacroix, era una città di media grandezza, gestita dal Conte François De Blanc, che a sua volta serviva il Re Anaïs Leclerc du Targis. Le mura della cittadella separavano le costruzioni da eventuali attacchi dei famosi assassini e briganti che infestavano Yorpäch. Fuori dalle mura si trovavano le piantagioni contadine che per motivi di spazio non potevano essere coltivate in città, infatti capitava che si potevano scorgere campi di grano rosso e biondo, uva, riso, cotone, carrubo e varie piante di agrumi e meli. All’esterno della centro abitato non vi erano solo terre che venivano bonificate e fertilizzate a rotazione biennale, ma passeggiavano anche pastori con mandrie di mucche o greggi di pecore. A cavallo uscivano, per andare ai loro accampamenti nel bosco, i vari cacciatori, i quali poi rivendevano le prede al mercato della città. I taglialegna disboscavano ogni giorno alcuni alberi del bosco nelle vicinanze e offrivano i loro servigi alla popolazione in cambio di danaro. Le mura erano fortificate con pietra solida e circondavano la città in modo sferico, da lì il nome della cittadella. Stazionavano 6 torri lungo le mura tutte alla stessa distanza l’una dall’altra per avere un maggiore avvistamento di un possibile pericolo. Al centro di Sfera si ergeva la fortezza del Conte, situata su 4 piani. La sua forma era tondeggiante, in perfetta simmetria con lo stile del villaggio: al piano interrato come la maggior parte delle fortezze del regno di Targis, si trovavano le segrete. La prigione della fortezza contava tre stanze: La prima aveva lo scopo funzionale di registrare le entrate e le uscite, la seconda si trovavano le celle dei dissidenti, banditi e criminali minori, e l’ultima conteneva le stanze di prigionia per gli assassini e stupratori in attesa della pena di morte. Il piano terra comprendeva l’androne, una grande stanza sfarzosa contenente specchi d’oro, mobili laccati, arazzi con i simboli del regno e della Contea e in fondo alla sala due scale speculari d’oro e legno portavano al primo piano, dove si trovavano le stanze da letto del Conte, della Contessa, degli ospiti oltre che la sala dei ricevimenti e della musica. All’ultimo piano si trovavano le stanze degli inservienti di palazzo (camerieri, faccendieri, cuochi, stallieri). La città si estendeva lungo la sfericità della stessa e ne richiamavano l’aspetto: Le case di pietra erano tondeggianti e presentavano dei tetti a fungo in paglia inumidita da una sostanza catramosa per evitare che prendessero fuoco con il sole. Gli esercizi presenti nella città erano molti: Si contavano almeno 2 conciatori per le pelli e le pellicce oltre che abiti in cuoio e lana; 1 Fabbro (Guillaume Lacroix per l’esattezza) del quale si vociferava fosse il migliore del regno; 1 chiesa; 2 mulini a vento per la lavorazione del grano; un pozzo comune per la raccolta dell’acqua; 1 forno per la produzione di pane; una locanda per la distribuzione di bevande e generi alimentari; una via adibita solo al mercato dove sono presenti bancarelle di compravendita; uno speziale per la cura di malattie o di epidemie; uno spazzino per lo smaltimento di rifiuti, organici e non, prodotti dalla popolazione; due fattorie per la produzione di uova, formaggi e concime. A fianco alla fortezza potevamo ammirare l’armeria, completa al suo interno di rastrelliere colme di armi, e l’alloggio dei soldati impegnati ogni giorno a pattugliare la città sia come difesa ad attacchi esterni, sia come guardia militare contro i banditi interni. Ai colpevoli di crimini maggiori veniva riconosciuta la pena di morte e portati sul patibolo dove si trovavano la forca e la ghigliottina comandata e gestita da un boia nominato dal Conte; per quanto riguardava i colpevoli di reati leggeri venivano condannati a passare delle giornate alla gogna senza cibo e acqua sotto gli occhi degli abitanti oppure venivano torturati alla ruota (sistema di tortura mediante il tiraggio di una corda per mezzo di una ruota sui quattro arti del corpo umano). In un modo o nell’altro quest’ultimi venivano rilasciati in buona fede che tale gesto non si sarebbe più ripetuto.

-Che cos’è Padre?- Chiese la piccola Fleur all’età di 5 anni a suo padre mentre era intento sulla fabbricazione di uno strano guanto. La risposta arrivò borbottando -Un’arma nuova piccola mia. Vedi qui? Ho allungato la lama e l’ho fusa con il guanto dopo averla incastrata in modo da non ferire chi la indossa se si dovesse sciogliere la fusione, anche se è altamente improbabile che succeda perché ho usato tutta la legna più la pece e anche la polvere segreta per alzare la temperatura del forno per potergli permettere una resistenza maggiore alle solite banali armi-
-Posso averla padre? Posso?- Gli occhi azzurri della bambina supplicarono il padre che, impietosito dalla passione della figlia per le armi, gliela regalò con la promessa di non farla vedere a nessuno altrimenti il Conte gliel’avrebbe portata via. Si sa, i bambini sono facilmente raggirabili e la piccola bambina bionda mantenne la promessa.
Un anno dopo nella fucina di suo padre la piccola Fleur assistette all’omicidio del genitore.
Quel giorno di metà giugno sedeva su uno scranno molleggiando le gambe avanti indietro, mentre osservava suo padre lavorare ad una daga per un amico che non vedeva da molto tempo giunto da lontano per rivederlo e chiedergli la commissione. L’uomo misterioso, a prima vista sui quarant’anni, dopo i convenevoli con l’amico fabbro fece conoscenza con la figlia. La bambina lo prese in simpatia e scherzò un po’ con lui. Questo misterioso individuo era abbastanza alto e indossava un mantello. L’unica parte visibile era il capo, dove una barba e baffi folti brizzolati si congiungevano allo stesso colore dei capelli nascondendo la bocca e restringendo il viso a un nasone rosa e a due occhi castani. Delle rughe si allungavano dalle palpebre e sulla fronte.
Sotto l’accondiscenda del padre la fanciulla estrasse dal sacco al suo fianco l’arma costruita dal fabbro un anno prima suscitando l’interesse dell’uomo.
-Guillaume. Hai superato te stesso!! Complimenti!- si complimentò l’individuo
-Grazie Cristianè! Questo mi fa onore!-
Cristianè si avvicinò alla bambina abbozzando un sorriso -Posso vederlo piccolina?-
Con una certa reticenza Fleur acconsentì mostrando l’oggetto. L’uomo afferrò delicatamente l’arma, la soppesò e la studiò con ammirazione -E’ tuo?- chiese infine alla piccola figura pallida di fronte a lui e come risposta ricevette un cenno di capo affermativo a testa bassa -Ehi, non avere paura di me. Non mangio i bambini. Come ti chiami?-
-F…Fleur… signore- rispose con timore la fanciulla
-Hai fratelli Fleur?-
Fleur annuì delicatamente e confermò -Una sorella, ma a lei non piace vedere papà lavorare e quindi rimane con nostra madre-
Guillaume si introdusse nel discorso -Cristianè, questa fanciulla continua a dirmi che da grande vorrebbe continuare il mio lavoro, per questo è qui. Pensa, Dio mi ha voluto dare due femmine e visto che si è accorto di avere sbagliato ne ha fatta crescere una con pensieri da maschio-
-No caro amico, potresti sbagliare. Penso che sia più per rispetto tuo e dell’affetto che prova per te! Su una cosa devo però darti ragione: ama le armi. Ho visto come ti osserva mentre stai facendo la daga che ti ho chiesto, ma quando sono entrato mentre stavi facendo l’usbergo laggiù giocava con un coltellino del tutto disinteressata. Potrebbe diventare una brava…-
Ma il padre assunse un aria alterata e spaventata -No Cristianè!!! Amico mio. In nome della nostra amicizia, non mia figlia! Te ne prego. Vorrei che continuasse il lavoro di suo padre.-
-Certo Guillaume! Stavo scherzando. Ne ho già 2 a cui badare!-
-Due? Non hai solo… come si chiama… ah già: Gaël il ragazzo biondino?-
-Sei indietro caro compagno. Si è aggiunta anche una bambina orfana di 8 anni di nome Pheobe. Proviene dalla città di SkyWorp nel sud di Targis!-
Proprio in quel preciso momento la porta della fucina si spalancò tramite un possente calcio. Entrarono tre guardie armate di alabarde e dall’usbergo rosso con lo stemma reale intimando di rimanere fermi. Non portavano l’elmo e questo significava che non era un azione di battaglia. Indossavano comunque una cotta di maglia leggera, dei calzari in stoffa e sulla cintura pendeva una spada. Una di esse fece un passo srotolando un plico dove ne lesse poi il contenuto -Per ordine di Sua Altezza il Re Anaïs Leclerc du Targis, regnante di Targis, giudico il qui presente Cristianè Bernard come ricercato di assassinio e lo condanno alla prigionia di giorni 2 nelle segrete di Sfera e alla sentenza di morte al terzo giorno per decapitazione. La cerimonia verrà applicata nella piazza centrale sotto gli occhi dei presenti. In caso di rifiuto la sentenza si svolgerà immediatamente per mano delle guardie reali.-
Guillaume cercò di affrontare verbalmente le guardie -Ma come vi permettete a comportarvi così sotto gli occhi di una bambina!- Indicò la figlia nascosta dalla paura di fianco allo scranno. Scostando il corpo del l’amico dalle guardie armate continuò la protesta -Andate fuori di qui a fare queste cose- e inavvertitamente poggiò la mano su una picca scatenando la rivalsa opposta. L’alabarda penetrò nel petto dell’uomo che si inginocchiò sputando sangue sotto le urla di dolore della figlia e un sibilo di sgomento da parte di Cristianè. Scivolò in posizione fetale contorcendosi e dimenandosi dal dolore. L’amico di Guillaume afferrò la daga costruita per lui e attaccò. L’azione risultò fulminea e sorprendente: Dal basso verso l’alto mirò un fendente sul primo soldato tagliando la carta della sentenza fino ad arrivare al viso paffutello contornato da una folta barba ispida, il quale venne segato dalla violenza del colpo. La faccia si spaccò in due mentre gli altri soldati cercavano di assimilare l’accaduto. I capelli lunghi e grigi dell’assassino rotearono opposti alla successiva preda. Gli occhi castani squadrarono quella esile figura nascosta sotto l’usbergo rosso e partirono alla carica, schivando l’affondo della picca e infilzando la corta spada nella carotide del malcapitato soldato. L’ultimo soldato fece cadere l’alabarda e sguainò la spada fermandosi ad osservare terrificato gli occhi di ghiaccio e l’espressione infuriata della bambina a pochi passi da lui. Inserita nella mano, un guanto di ferro di molte misure più grande, dal quale sporgeva una corta lama. Proprio questo tentennamento gli costò la vita. Cristianè fece scivolare la lama affilata dello spadino sulla gola, mettendo fine alla sua esistenza. Fleur era sgomenta e immobile quando il braccio dell’assassino la cinse e le comandò di seguirlo. La bambina si lasciò trasportare fuori dall’edificio verso il cavallo con il quale era arrivato l’uomo. Montarono in sella e scapparono mentre una pattuglia di soldati di Sfera accortisi del misfatto provarono a seguirli appiedati, venendo quindi seminati per le vie della città. Un corno venne suonato per avvertire la fuga e molte guardie si mobilitarono. Le sbarre del portone vennero abbassate mentre gli zoccoli dell’animale di Cristianè superavano l’ombra in discesa del cancello e schiacciavano la terra battuta all’esterno delle cinta murarie. Dardi lanciati da balestre circondavano i due fuggiaschi e uno di questi graffiò la coscia del cavallo che per poco non imbizzarrì. Calmato al galoppo dall’uomo, continuarono il loro viaggio: Una terrorizzata Fleur verso una meta indefinita e uno sconvolto Cristianè verso casa sua. Entrambi nei loro pensieri vi era la figura paterna e amica di Guillaume Lacroix, morto per proteggerli.

Uno spadino comparve nella mano di Helena Lacroix cercando, con un affondo, di colpire la sorella. Di tutto rimando Fleur parò il colpo usando il palmo della mano sulla parte piatta dell’arma scostandola di lato mentre sfoderava la sua daga dal fodero e piroettando sul pavimento, la accostava al collo della sorella. Helena rimase pietrificata dalla rapidità del contrattacco. Provò di nuovo. Si allontanò lo spazio necessario ad un nuovo assalto e mulinò lo stocco verso la figura vestita di nero davanti. I due fili delle lame si incrociarono con un debole clangore. Fleur spostò la guardia a sinistra sbilanciando la forza impressa dal fendente. Helena spostò il suo corpo in avanti e per poco non perse l’equilibrio mentre la sorella calò la spada verso il suo fianco. La sorella in difficoltà bloccò e deviò l’attacco con grande fatica e provò a contrattaccare menando uno “sgualembro” (Colpo diagonale dalla spalla al fianco opposto), ma l’azione venne bloccata da Fleur con naturalezza -Piede destro davanti e sinistro di lato sorella!! Devi andare in guardia!- proruppe Fleur all’avversaria. Helena seguì il consiglio colpendo di piatto la lama dell’assassina. Rimasero in quella posizione diversi secondi. La futura regina ansimava e cercava di riprendere fiato, mentre la sorella era in attesa della mossa successiva per nulla affaticata. La lama dello spadino riprese vita puntando al collo di Fleur. Quest’ultima per nulla preoccupata schivò la mossa e con abile destrezza colpì con il piatto della daga lo stomaco della sorella che si accasciò boccheggiante al suolo.
La lama della daga si poggiò sulla schiena di Helena dolcemente. In quel momento entrò nella stanza una ragazza dai capelli rossicci raccolti in uno chignon, vestita di una tunica bianca e una cintura color latte in vita. I suoi occhi violacei ammirarono stupefatti la posizione bellicosa delle due donne timorosi di aver assistito ad un litigio e quindi di subire ritorsioni per l’intrusione privata. L’adolescente abbassò immediatamente lo sguardo imbarazzato. Fleur fece sparire la lama nel fodero e la sorella ne seguì l’esempio poggiando la sua arma su una cassapanca nelle vicinanze. La giovane donna dai capelli rossi continuò a rimanere come pietrificata.
-Puoi parlare ancella. Ci sono novità? - chiese bruscamente Fleur alla ragazzina sulla porta, che parve risvegliarsi dall’asprezza delle parole pronunciate.
-Mia signora… Il Re Alexander Bertrand du Cobhiris chiede un udienza privata con lei mia signora!- Si rivolse a Helena inchinandosi leggermente col busto. Le due sorelle incrociarono gli sguardi maliziosi e sorrisero -Udienza privata? Dove?- chiese questa volta la promessa sposa.
-Nella stanza reale mia signora!- tentennò l’ancella.
-Je crois qu'il veut faire l'amour!- scherzo Helena alla sorella alzando i cipigli in maniera maliziosa. Fleur rise di gusto e annuì.
-Vai pure sorella cara. Penso che in quella disciplina sei migliore te di me!!- si burlò l’assassina. Le guance di Helena e dell’ancella si arrossarono dalla vergogna, e mentre la prima sorrise malignamente alla maestra d’armi, la seconda tenne lo sguardo incollato al pavimento di marmo.
Uscirono dalla enorme stanza adibita per la sorella della futura regina. Una camera dalle pareti bianche adornate di statue a ridosso delle mura e ad arazzi con i colori della casata. Il buco nella parete dalla forma ovale a ‘mo di finestra era velato da un tendaggio purpureo e nascondeva i pezzi di vetro a mosaico che componevano l’apertura. La porta in radica opposta alla finestra chiudeva la stanza altrimenti irraggiungibile. Un letto faceva padrone della camera. Un comodo giaciglio dalle lenzuola rosa e dalle federe bianche profumate con uno strano olio aromatico. Fleur slacciò la cintura facendola cadere sul pavimento che tintinnò al tocco della daga e lasciò che il suo corpo cadesse nelle braccia comode del lettone. Pensò alla vita che si prospettava davanti agli occhi della sorella e combattendo contro un intrepido orgoglio, fu felice per lei. Se non fosse stato per Cristianè tutto questo non sarebbe mai successo. I sogni la abbracciarono con dolcezza e la riportarono indietro di 11 anni.

-Già di ritorno maestro?- Chiese Gaël Fontaine alla figura ammantata sul destriero appena arrivata, mentre la zappa si incassava nella terra. Poi osservò con curiosità la piccola bambina alle sue spalle. Il ragazzo undicenne fermò il suo lavoro e rimase in assorta contemplazione
-Dentro al rifugio, svelto! Chiama anche Pheobe!-
-Si sta allenando in palestra. La chiamo subito!- Lasciò cadere la zappa e prese a correre verso il retro della casa visibilmente preoccupato.
Il rifugio era una casupola in legno di modeste dimensioni. Le finestre erano dei rettangoli neri dal quale si poteva avere accesso all’interno della casa agilmente se non quando in casi di assedio delle assi di egual misura potevano essere facilmente incastrate per prevenire intrusioni. Il legno della casupola era foderato con un secondo muro interno sempre dello stesso materiale. La prima parete serviva come protezione dal freddo della regione e il doppio muro per resistere agli attacchi. La porta era in noce con cardini in acciaio nati dalle mani di Guillaume Lacroix, mentre il tetto in pietra rendeva quel riparo sicuro come una fortezza a fronte di frecce infuocate o di attacchi da balista leggera. Dietro alla casupola un cubo in pietra conteneva la palestra di Cristianè Bernard dove si stava allenando Pheobe Ward. I nuovi arrivati entrarono nella casa. La bambina osservò la pulizia che albergava sovrana. Nella stanza principale, a prima veduta un parente alla lontana di un salotto ospitava un tavolo in legno con sei sedie; un piccolo camino acceso con sopra un paiolo quasi in ebollizione che emanava un fragrante profumino di minestra; Le pareti in legno resinoso contribuivano a diffondere un aroma di alberi in un bosco, così spoglie e nude senza nessun ornamento tranne per quei pochi arnesi da cucina appesi a dei chiodi. Il pavimento in fredda pietra rendeva più confortevole la convivenza e posava su tutto il perimetro della casa, comprese le due camere adiacenti alla stanza principale: La prima, più grande, vi riposavano i due (fino a quel momento) adepti del famoso assassino; La seconda invece era la camera da letto dell’uomo. Quello stesso giorno nella stanza più grande si aggiunse una terza branda di paglia per Fleur, la nuova arrivata.
-Maestro!- Gaël e Pheobe si prostrarono in ginocchio davanti a Cristianè fermi sull’uscio. L’uomo sorrise e portò avanti a se una spaesata Fleur -Ragazzi questa è la figlia dell’uomo che sono andato a trovare due giorni fa. Per cause nefaste rimarrà da noi per un po’. Trattatela bene mi raccomando!!-
L’uomo uscì e ne tornò con un sacco dove al suo interno ne estrasse cibarie, comprate in città poco prima di trovare il padre di Fleur, che distribuì a tutti i bambini e il guanto di Fleur sotto lo stupore degli altri due. La bambina lo prese e cominciò a giocarci mentre masticava del pane raffermo aspettando la zuppa preparata dal ragazzino più grande. Nella sua mente il ricordo del giorno prima, della picca nel corpo di suo padre e i suoi occhi vitrei nella pozza di sangue. Suo padre o senza i convenevoli, il suo papà. Morto da innocente per errore. Come riportava la pergamena? “Per ordine di Sua Altezza il Re Anaïs Leclerc du Targis, regnante di Targis…” Fleur era decisa già all’età di 6 anni a vendicarsi della morte di suo padre verso la figura del Re.
Strinse i pugni e osservò il guanto sul tavolo al suo fianco. Si, era proprio decisa a farlo.
Cristianè captò dai gesti, i pensieri della fanciulla e avvicinandosi le sussurrò: -So quanto ti fa male dentro Fleur. Per me tuo padre era un grande amico e la sua morte è assai dolorosa. Se vuoi posso insegnarti come difendere te stessa e le persone a te care, ma non devi pensare assolutamente a vendicarti di ciò che è stato fatto! Certe cose non possono essere cancellate, ma altre possono essere rimediate. Cara Fleur, per l’amicizia di tuo padre, io mi prenderò cura di te. A sfera ti conoscono, non puoi tornare. Almeno per il momento. Vuoi imparare come difenderti piccola Fleur?-
La bambina non scostando lo sguardo dal Katar annuì. Lo fece con tutta se stessa: coraggio per difendere se stessa e i suoi cari; tristezza per la perdita della persona che amava; gioia per non essere sola in quei momenti nefasti; fierezza per le scelte mature che si prefissava mantenere. Una bambina può anche essere piccola ma nel dolore si avverte una crescita ed una forza nel continuare a non mollare mai. E Fleur strinse più assiduamente i pugni, guardò in faccia l’interlocutore e annuì -SI signor Cristianè. Per tutti quelli che hanno bisogno. SI!- Si sentiva un eroina.

-Madame Fleur!- Un omino bassetto e grassottello entro ossequioso a testa bassa nella camera della fortezza di Cobhiris. Fleur aprì gli occhi di ghiaccio e squadrò il soffitto bianco. Si ricordò immediatamente che era nuda sul letto e i suoi vestiti sulla sedia. Con un rapido balzo si arrotolò la coperta sul corpo rosa e cercò il suo Katar. Si fermò a fare mente locale, quindi si girò verso l’ometto immobilizzandolo con uno sguardo gelido -Se ci provi un'altra volta ti ammazzo! Non si bussa nella camera di una signora?-
-Mi scusi! Mi scusi! Non accadrà più lo giuro!- strillò umilmente perdono il paffuto paggio, ma a Fleur non scappò l’occhio soddisfatto dell’uomo al pensiero del suo corpo nudo. Decise di lasciare perdere -Anche perché se ricapita sarà l’ultima cosa che vedrai! Di che cosa hai bisogno?- e mentre parlava si accorse che nella mano dell’omino vi era una pergamena chiusa in ceralacca. Sapeva già chi era il mittente.
-Una lettera da Calvin Butler di SkyWorp, Madame Fleur! Per lei!-
Nel cuore della ragazza si accese un fuocherello di passione e ardore oltre alla bramosia per la lettura immediata del plico.
Quando l’ometto se ne andò la giovane donna staccò la ceralacca e srotolò il messaggio.
Riportava questo testo:
“Cara Fleur, mia amata.
Spero con tutto il cuore che questa lettera ti giunga mentre alloggi nel castello di Alexander Bertrand in Cobhiris. Ogni giorno osservo le stelle e la stella più luminosa tra tutte mi ricorda la tua bellezza così pura e sensuale. La tua mancanza da SkyWorp strugge il mio cuore, e rimango in attesa del tuo arrivo o di un tuo messaggio.
Mio fratello è stato investito del ruolo di cavaliere dal Re Eric Moore tre settimane dopo la tua partenza e io sono diventato suo scudiero il giorno dopo. Darren non vede l’ora di misurarsi ancora con te in un duello, e sembra convinto di poterti battere. Ti manda i suoi saluti.
A volte mi sembra di vederti per le strade della città e quando provo a scoprirlo con mio rammarico scopro che ho sbagliato. Ho ancora in mente la fragranza stupenda che indossi quando i nostri corpi si incontrano e la tua pelle delicata così gentile e liscia. Sento irrimediabilmente la tua mancanza e sai che non ho scrupoli nell’infrangere le regole. A SkyWorp sei bene accetta anche in questo periodo turbolento.
Tanti saluti quanti sono i fiori del nostro prato, là dove tu rimani quello più bello.
Tuo Calvin Butler.
Fleur stringeva la dura carta della lettera con gli occhi lucidi di felicità. Una lacrima ne discese sulla guancia, prontamente arrestata dal palmo della ragazza. Nella sua mente vi era un turbinio di emozioni, ma quello che prevaricava sugli altri era senza dubbio la gioia.
Si avvicinò allo specchio posto davanti al letto e maledicendo quei capelli disordinati decise di andare a fare un bagno. Si vestì di tutto punto e capelli al vento marciò verso l’uscita.
Lungo in corridoio del secondo piano non si vedeva anima viva se non qualche ragnetto sulle pareti in pietra che si rifugiava dalla paura nelle fenditure. Svoltando il primo angolo notò una serva di corte giocare con una piccola spada cercando di mimare fendenti e affondi con grande difficoltà. Quando si accorse di Fleur con un sobbalzo fece cadere l’oggetto che risuonò sulla pietra e cercò di dare spiegazioni tentennando mezze parole.
-Tranquilla, tranquilla!- le sorrise per confortarla -Mi chiedevo… Posso fare un bagno?-
-Certamente Madame. Padrona mia lo preparo subito!- Con un inchino fece per allontanarsi.
-Aspetta!!- La bloccò sul nascere Fleur -Preparamelo e basta. Sono abituata a farmelo da sola, non ho bisogno che qualcuno mi lavi e soprattutto che mi rivesta. Prima però vieni qui!-
La giovane servitrice si avvicinò. Fleur avvicinò la bocca al suo orecchio e le sussurrò -Non dirò nulla promesso. Però se vuoi imparare a combattere basta solo che bussi alla mia porta! Ora puoi andare a preparare la vasca!-. La serva si inchinò profondamente tenendo la veste con le dita e abbassando gambe e testa, e partì verso il bagno sorridendo. Fleur volse lo sguardo al panorama che si stendeva oltre alla finestra, e il pensiero principale volse al suo Calvin Butler.
L’acqua della vasca era magnificamente calda, così rilassante e purificante. I sali da bagno usati facevano risaltare un profumo di rose e pesche e Fleur si ritrovò a pensare. Ma non a Calvin Butler, quanto più al giorno in cui arrivò a casa di Cristianè Bernard.

La minestra calava lentamente nel piatto sul tavolo davanti alle quattro figure nella camera. Il silenzio regnava sovrano finché Gaël non lo ruppe esordendo rivolto alla bambina nuova -Come ti chiami tu?-
-Fleur Lacroix, per servirla-
-Fleur, qui non si serve nessuno!! Tu sei padrona solo di te stessa!- Precisò Cristianè introducendosi nel discorso. La bambina osservandolo mestamente annuì timida, ma Gaël rimboccò: -E come mai sei qui?-
Fleur seguitò per rispondere, ma l’interruppe il maestro che rispose: -E’ qui perché ha perso qualcuno esattamente come te piccolo Gaël! Il nostro compito sarà quello di istruire la piccolina per diventare come noi!-
-Ma maestro! Sono due bambine! Non capisco cosa ci fanno qui!!!-
-Spiegati meglio Gaël-
Il bambino guardò le due presenze femminili nella stanza con aria stizzosa -Sono due femmine. Non potranno mai diventare delle brave assassine!!-
Fleur rimase sgomenta. Assassina aveva appena pronunziato quel giovane ragazzo biondo dagli occhi verdi. Lei non voleva essere un assassina, ma solo proteggere chi aveva bisogno
-Gaël per Dio!! Voi non siete assassini e rifletti su ciò che hai detto! Se io nella mia vita ho abbracciato l’arte dell’assassinio mercenario è stato solo per le mie capacità e la morbosa voglia di danaro. Per qualche moneta ho ucciso delle persone, esattamente come gli assassini dei tuoi genitori hanno fatto! Poi ho capito! Ho capito che era sbagliato! Che la vita è un dono cui hanno diritto solo le persone meritevoli. Per quello vi sto istruendo: Per vedere da voi, chi ha diritto di vivere e chi no, per proteggere altri bambini come voi dalle perdite famigliari. Gaël caro, tu sei il mio primo discepolo, non mi cadere in tentazioni omicide. Agisci secondo il bene di Yorpach. Per quanto riguarda le femmine come “assassine” perché non possono esservene? Non hanno due braccia come te? Non hanno due gambe come te? Non hanno un cervello come te? Pensi che non abbiano forza per imbracciare una spada? Ah che stolto. Guarda cosa usa la piccola Fleur. Quel guanto lo sa alzare perfino una bambina, figurati da adulta cosa può fare!-
Ma Cristianè aveva già capito il motivo del disappunto del suo primo allievo dagli sguardi affascinati che egli lanciava nella direzione dell’ultima arrivata. Sorrise dentro se e incrociando le braccia annuì -Bene giovani promesse! Voi due avete pomeriggio libero, ma tu…- e indicò la piccola Fleur -...Tu vieni in palestra con me. È ora che inizi a capire quello che insegno a queste pesti!-
-Prendi quella daga Fleur!- ordinò Cristianè, all’ingresso della piccola palestra, alla piccola confusa bimba davanti a lui, indicando una rastrelliera piena di armi dalla quale in evidenza si vedeva un piccolo spadino di 20 cm sporgere ad un estremità. Cristianè sfilò dal fodero sulla cintura la sua lama, un coltello lungo sui 25 cm. La bambina tornò dal maestro con l’arma, tenendola con una mano in modo maldestro. L’uomo capì subito che la graziosa fanciulla non aveva mai toccato un arma prima di allora.
Fleur era terrorizzata dalla statura raddoppiata rispetto alla sua, ma cercò comunque di darsi coraggio pensando alla morte di suo padre mentre cercava di proteggerla. Nella mente gli occhi vitrei di suo papà, la caduta, il sonoro tonfo, il sangue che zampillava. Chiuse gli occhi dalla rabbia e urlò di rabbia, di frustrazione, di odio, di disperazione, di dolore. Urlava e piangeva. Cristianè rimase esterrefatto. Fleur si inginocchiò tenendosi la pancia mentre furiose lacrime le scorrevano sul viso. Tutti i sentimenti repressi vennero fuori in quel momento. Poi con una carica improvvisa calò il corto spadino sulla superficie legnosa del pavimento della palestra che rimbalzò rumorosamente. Con l’oscurità delle palpebre rivide nella mente la tozza figura del soldato che uccise il padre. Lo vide vivo, mentre rideva amaro sul corpo di Guillaume. Lei lo osservò con odio e partì alla carica per ucciderlo. La guardia reale rimase immobile dall’assoluta quanto inaspettata mossa della bambina, che con un solo gesto graffiò la gamba dell’uomo con la lama del suo spadino. Poi aprì gli occhi accorgendosi che effettivamente la sua spada era sporca di sangue e che al suo fianco un fiero Cristianè poggiò la mano sulla spalla della bimba mentre la sua gamba zampillava fluido rossastro -Fleur, sei rapida e agile! Non ho fatto in tempo a pararlo!!-
La fanciulla lasciò la presa sull’arma portandosi le mani vergognosamente alla bocca ed azzardò -Mi… Mi scusi signor Cristianè!! n'était pas mon intention de le faire!!! s'il vous plaît Monsieur Cristianè, Pardonnez-moi de ce que j'ai fait…-
-Stai tranquilla piccolo fiore. Lascia stare la lingua di Sfera e parla quella di Yorpach. Hai dimostrato di avere grinta, tenacia e determinazione. Sono le doti necessarie se vuoi diventare quello che ti prospetti. Ora vado a medicarmi con delle erbe e torno dopo. Intanto allenati un po’ da sola. Cerca di trovare un equilibrio tra spada e mente. Quando torno, ti insegno delle mosse.- e lo disse con un sorriso orgoglioso. Fleur annuì serena e improvvisò un sorriso. L’uomo si allontanò zoppicando lasciando la bambina da sola sul pavimento di legno della palestra. Sola con i suoi pensieri.

Sola come in quella sfarzosa vasca di legno cesellato nella roccaforte del Re di Cobhiris, mentre gli effluvi naturali dei Sali disciolti nell’acqua la ristoravano. Osservò il foro sul pavimento a ridosso del muro, a pochi passi da dove giaceva. Sentiva in effetti uno strano stimolo corporale. Si erse dalla vasca silenziosamente ed afferrando il panno lasciatole dalla serva se lo fasciò intorno al corpo avvicinandosi al rudimentale gabinetto. Espletati i bisogni corporei tornò a pulirsi nella tinozza tiepida uscendone fresca e pulita come una rosa.
S’adagiò la tunica nera sul corpo e calzò anche un calzone aderente cucitosi da sola per le cavalcate e per non mostrare le sue preziosità femminili durante i movimenti. Infilatasi le comode calzature in stoffa uscì a grandi falcate dal bagno verso l’uscita della rocca.
Appena fuori volse lo sguardo alle scuderie situate proprio a fianco del torrione centrale dove un giovane Daniel Dumas strigliava il suo cavallo da battaglia “Daarig” con grande cura. Si inchinò alla splendida fanciulla bionda entrata nella stalla salutandola con i cortesi convenevoli. Fleur chiese al giovane cavaliere bruno dagl’occhi cobalto dove fosse il proprio cavallo, e questi del tutto ammaliato dalla bellezza della donna l’accompagnò.
Il Camargue bianco uscì al galoppo dalle scuderie portando sulle proprie spalle la bellezza scultorea di Fleur Lacroix in direzione del Regno di SkyWorp, dal suo amato Calvin Butler.

No comments:

Post a Comment